Operazione “Red Dawn” – Ad Dawr, 13 Dicembre 2003

Carta topografica e rilevazione satellitare dell’ area d’ operazioni (clicca per ingrandire)
 
A partire dai minuti immediatamente successivi all’ inizio della fase aerea dell’ operazione “IRAQI FREEDOM” (denominata “SHOCK AND AWE”), divenne immediatamente chiaro come l’ individuazione e la cattura del dittatore iracheno Saddam Hussein, sarebbe stata un’ impresa ardua. Nel corso di tutto il 2003 (fino al momento del suo arresto) il rais avrebbe trovato riparo in circa trenta tra abitazioni e nascondigli all’ interno del cosiddetto “triangolo sunnita”, forte della protezione di familiari e di membri del proprio clan, i quali (in vari momenti) avrebbero operato quali veri e propri messaggeri incaricati di comunicare le istruzioni del dittatore alle forze anti americane. Viaggiando all’ interno di porta bagagli di vetture di fortuna o a bordo di piccole imbarcazioni, Saddam arrivò a fidarsi completamente solo dei membri di cinque famiglie, a lui strettamente collegate ed implicate nei massacri perpetrati dal proprio sanguinario regime. La Task Force 121 (composta da membri della forze speciali statunitensi, inglesi ed australiane ed avente l’ obiettivo di catturare Saddam Hussein), lavorò da subito a stretto contatto con la Central Intelligence Agency e con gli operatori dell’ unità Grey Fox (il nome con il quale è stata ribattezzata l’ Intelligence Support Activity del Department of Defence dopo l’ 11 settembre 2001). La pianificazione e l’ esecuzione di raid in tempi criticamente ristretti, a causa dei continui spostamenti del dittatore, risultò però estremamente difficoltosa. Se si esclude un’ intercettazione telefonica effettuata nel corso dell’ assedio al nascondiglio dei figli del dittatore, Uday e Qusay, a Mosul il 22 luglio 2003, si può affermare come l’ unico modo di poter stabilire l’ esatta posizione di Saddam Hussein fosse attraverso l’ impiego di fonti di intelligence rappresentate da informatori sul campo e come l’ impiego della COM.INT. (Communication Intelligence) non avesse dato i risultati sperati.
 
 
Samir, rifugiato iracheno impiegato quale traduttore dalla Task Force 121 nel corso dell’ operazione RED DAWN, posa orgoglioso dinnanzi alla bandiera degli Stati Uniti d’ America. Samir ha incontrato personalmente il Presidente George W. Bush, ringraziandolo per aver liberato il suo Paese (Foto &copy Associated Press / Kyle Ericson)
 
 
Tra il settembre e l’ ottobre 2001, le forze della Coalizione effettuarono ben undici operazioni per catturare il dittatore, ora rinominato H.V.T.-1 (High Value Target 1) o B.L.-1 (Blacklist 1), mancando l’ obiettivo per una questione di ore. Tali insuccessi portarono alla creazione di una cellula incaricata di effettuare la completa revisione di tutte le fonti e delle informazioni impiegate fino ad allora. Il gruppo di lavoro arrivò all’ individuazione di cinque elementi (appartenenti ad altrettante famiglie direttamente collegate a Saddam Hussein) i quali avrebbero potuto condurre direttamente al bersaglio. L’ obiettivo sarebbe stato ora quello di penetrare all’ interno di questa cerchia ristretta di fedelissimi. La Task Force 121 mutò inoltre il proprio modus operandi e la propria composizione, affidando agli elementi delle forze speciali britanniche ed australiane presenti al suo interno, delle operazioni che nulla avessero a che fare con la cattura di H.V.T.-1. e rimovendo le restrizioni sull’ uso di informative provenienti dai servizi di intelligence stranieri. Accanto ai metodi di sorveglianza più sofisticati, fecero la comparsa cani in grado di rilevare odori direttamente dagli abiti di Saddam in possesso della Task Force 121. A Tikrit, città natale del dittatore, gli analisti dei servizi segreti dello U.S. Army si misero al lavoro per tracciare i collegamenti tra i parenti di Saddam ed i suoi alleati. Alla fine del lavoro (svolto utilizzando il metodo ideato dalla Ohkrana, la polizia russa, nel diciannovesimo secolo) gli analisti si ritrovarono con una enorme tabella ove erano stati ricostruiti nei minimi particolari i legami tra Saddam e vari soggetti. Tutti gli organi di intelligence della Coalizione erano nel mentre impegnati nella raccolta di HUM.INT. (Human Intelligence), interrogando ex guardie del corpo di Saddam Hussein e membri del suo clan a Tikrit. Attraverso l’ uso dello strumento finanziario, i servizi di sicurezza furono in grado di comprare importanti dati informativi.
 
 
Il 12 dicembre fu il giorno della svolta nelle indagini, attraverso la cattura di una fonte chiave, avvenuta nel corso di un raid a Baghdad. L’ uomo (membro di una della cinque famiglie collegate a Saddam) era stato un alto ufficiale della Special Security Organization incaricata della protezione del rais e si occupava adesso di organizzare gli spostamenti del dittatore (il 9 aprile 2003, quando Baghdad cadde nelle mani delle truppe statunitensi, era tra le persone che lo accompagnarono nella fuga in auto). Rispondente al nome di Mohammed Ibrahim Omar al-Musslit (e denominato Fat Man), era stato al centro di alcuni tentativi di cattura operati dalla Task Force 121 fin dal luglio precedente, in quanto ritenuto collegato agli insorgenti di Tikrit, ma il suo collegamento diretto a Saddam Hussein divenne noto solo in seguito. Fu così che il 4 dicembre, vennero lanciati cinque operazioni di cattura simultaneamente, in luoghi ove si sospettava potesse nascondersi al-Musslit. Nessuno di questi ebbe successo ed il 5 e 7 dello stesso mese, altri raid vennero effettuati a Samara e Bayji. Il 12 dicembre, i militari statunitensi riuscirono a mettere le mani su Fat Man, il quale iniziò immediatamente a produrre informazioni ritenute attendibili.
 
 
La vecchia fattoria nella quale si trovava nascosto il dittatore iracheno Saddam Hussein
 
 
Alle 10:50 del 13 dicembre, gli analisti avevano individuato ben due possibili nascondigli del rais nella cittadina di Ad Dawr, una delle roccaforti lealiste di Saddam, posta quindici chilometri a sud-est di Tikrit. Il primo obiettivo, costituito da una casa, era stato nominato WOLVERINE 1, mentre il secondo, una fattoria, WOLVERINE 2. Entrambi erano compresi all’ interno di un’ area ampia circa due chilometri quadrati. Saddam si sarebbe forse fermato nella località individuata ancora per poche ore, se non minuti. La Task Force 121 (dal proprio quartier generale presso il Baghdad International Airport) diede quindi il via alla pianificazione dell’ operazione “RED DAWN”, la quale prese il nome dall’ omonimo film diretto da John Milius nel 1984 (avente ad oggetto l’ invasione degli Stati Uniti da parte dell’ Armata Rossa sovietica). Circa due dozzine di uomini (inclusi gli operatori della Delta Force), avrebbero costituito la forza primaria, supportata dagli uomini della 1st “Raider” Brigade, comandati dal Colonnello Jim Hickey ed inserita all’ interno della 4th Infantry Division, nel cui settore di competenza ricadeva Ad Dawr. Dal suo arrivo in Iraq, la 1st “Raider” Brigade aveva condotto circa 600 raid, dodici dei quali volti a catturare lo stesso Saddam. Il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld venne immediatamente avvisato dell’ operazione in corso.
 
 
Veduta aerea della zona nella quale è avvenuta la cattura
 
 
Il cortile della fattoria
Gli obiettivi vennero identificati e posti sotto sorveglianza aerea, probabilmente per mezzo di U.A.V. (Unmanned Aerial Vehicle). I voli di ricognizione rilevarono nell’ area la presenza di un veicolo sospetto, un taxi di colore rosso e bianco. Ulteriori informazioni provenienti da collaboratori, individuarono gli obiettivi quali di proprietà di Izzat Ibrahim al-Douri, vice presidente del Comando del Consiglio Rivoluzionario e ricercato dalla Coalizione per il suo ruolo all’ interno della guerriglia. Alle 16:30, le informazioni erano ormai tali da consentire l’ avvio dell’ operazione. Alle ore 18:00, a bordo di venticinque veicoli da combattimento Bradley M2 / M3 e di trenta jeep Hummer (HMMWV), gli oltre 600 uomini della forza di copertura si mossero da Camp Raider alla volta degli obiettivi. I militari facevano parte del 1-10th Cavalry Squadron ed erano affiancati da diversi genieri. A fornire supporto, i pezzi d’ artiglieria M109 A6 Paladin SP del 4-42nd Field Artillery Battallion ed un numero di elicotteri da attacco AH-64D Longbow Apache. Al quartier generale l’ intero dispiegamento era seguito in tempo reale grazie ad un U.A.V., mentre lo stesso Fat Man era stato inviato insieme ai reparti, onde disporre di una fonte di informazioni dirette.
 
 
Planimetria dell’ area obiettivo
 
 
L’ interno dello spider hole ove è stato scoperto Saddam Hussein
Con il favore delle tenebre, la forza di copertura si mosse verso un vecchio granaio a nord Ad Dawr, mentre i genieri assicuravano la riva ovest del fiume Tigri a diverse centinaia di metri di distanza. Dal punto di assembramento, le unità si diressero successivamente verso le posizioni prestabilite, onde isolare l’ area di operazioni. Mentre l’ elettricità veniva tagliata in tutta la zona, gli incursori della Task Force 121 si calarono sugli obiettivi tramite fast roping, fuoriuscendo rapidamente dalle grosse sagome nere dei Black Hawk del 160th Special Operations Aviation Regiment. Ma i rastrellamenti effettuati dagli operatori delle forze speciali si risolsero in un nulla di fatto ed i comandanti dell’ unità (dopo aver consultato Fat Man) predisposero che il perimetro attorno all’ area venisse stretto ancora di più. La Task Force 121 aveva intenzione di battere minuziosamente tutto il terreno della zona. Fat Man indicò agli incursori una zona a nord-est di WOLVERINE 2, una capanna di fango da dove, al momento dell’ arrivo degli operatori, due uomini vennero individuati mentre erano intenti a fuggire. Il luogo (una piccolissima fattoria) risultò essere di proprietà di Qais Namek al-Douri, una ex guardia del palazzo reale di Saddam Hussein, recentemente caduto in mani statunitensi. La capanna venne circondata da elementi del 1-10th Cavalry Squadron, consentendo l’ irruzione di ventiquattro incursori della Task Force 121, i quali perquisirono le due stanze che formavano la piccola abitazione. In una di esse rinvennero due letti, libri, vestiti, una confezione ancora sigillata di biancheria intima per uomo e diversi altri oggetti. Nell’ altra (una cucina), i militi trovarono dolciumi ed una cassa di arance marce. Poi, forse facendo uso di un radar per rilevazioni geologiche, si accorsero della presenza di un buco nel terreno del cortile, nascosto al di sotto di una botola. I commandos erano pronti a bonificarlo lanciandovi all’ interno una granata, quando all’ improvviso (dal fondo del buco) scorsero le mani di un uomo alzate in segno di resa. “Sono Saddam Hussein, Presidente dell’ Iraq, e sono disposto a negoziare.”
 
 
Planimetria del nascondiglio di Saddam Hussein, costruito dai fratelli di Qais Namek al-Douri quale rifugio antiaereo
 
 
Il vecchio Saddam, con la barba incolta e l’ aspetto trasandato, era stato finalmente stanato dalle forze statunitensi. Armato di una pistola Makarov in 9mm, il dittatore si sentì rispondere da un uomo della Task Force 121: “Il Presidente Bush le manda i suoi saluti.” Saddam non oppose alcuna resistenza mentre veniva estratto dal suo nascondiglio (rinominato “spider hole”) da Samir, un rifugiato iracheno impiegato quale traduttore dalla Task Force 121. Dopo essere stato ammanettato con dei legacci in plastica, il dittatore iniziò ad inveire e sputare contro i soldati, i quali lo calmarono colpendolo in faccia con il calcio di un fucile (o con un pugno, dato che i resoconti differiscono). La cattura del bersaglio principale di tutta la campagna irachena fu, per molti dei soldati coinvolti nell’ operazione, un evento inaspettato. Il Maggiore Steve Pitt, incaricato di cinturare il perimetro intorno all’ obiettivo, afferma che, nonostante le speranze di mettere le mani su Saddam, la sua cattura “è stata una vera sorpresa. Non ci aspettavamo di trovarlo dove lo abbiamo scovato.”
 
 
Samir estrae il dittatore, mentre gli uomini della Task Force 121 lo tengono sotto tiro
 
 
Dopo essere stato perquisito e condotto in una delle sue abitazioni, Saddam venne estratto alla volta del Baghdad Intenational Airport, ove fu sottoposto ad uno screening medico (le immagini vennero trasmesse dai media di tutto il mondo). Nel mentre, i due uomini che avevano lasciato frettolosamente la scena all’ arrivo degli incursori (due guardie del corpo fratelli di Qais Namek al-Douri) vennero bloccati dalla forza d’ arresto. Ma le sorprese, in quella notte di metà dicembre, erano lungi dall’ esser terminate. I militari rinvennero infatti nell’ area, una cassa contenente documenti sensibili, 750.000 dollari in contanti e due Kalashnikov.
 
 
Denaro in contanti rinvenuto nel nascondiglio di Saddam
 
 
I genieri scoprirono inoltre diverse imbarcazioni nascoste lungo la riva del Tigri, probabilmente utilizzate per trasportare il dittatore verso lo “spider hole”, costruito dai fratelli di Qais Namek al-Douri quale rifugio antiaereo. La cattura di Saddam portò all’ esecuzione diversi raid nei giorni seguenti, sfruttando le informazioni contenute nei documenti rinvenuti nel nascondiglio. Alcuni degli elementi catturati, risultarono essere dei supporter di Saddam Hussein, infiltratisi nel nuovo Governo o al lavoro per le forze della Coalizione, con lo scopo di attuare sabotaggi. Uno di essi venne arrestato mentre tentava di fuggire con documenti falsi ed una valigetta piena di soldi. Al termine dei raid (cui hanno preso parte diverse unità della Coalizione, tra le quali il G.R.O.M. polacco e, molto probabilmente, le forze speciali italiane), oltre 200 sospetti erano caduti nelle mani delle forze statunitensi.
 
 
Saddam Hussein, all’ interno di una delle sue abitazioni, subito dopo la sua cattura

Una cassa viene portata via da una delle residenze di Saddam Hussein

 

L’ elemento di volta dell’ operazione fu l’ uso di fonti di intelligence, e la stessa presenza di un collaboratore (Fat Man) affiancato ai reparti schierati, rappresenta l’ insostituibilità delle informazioni provenienti da fonti umane. L’ operazione “RED DAWN” costituisce uno degli interventi maggiormente riusciti nella storia recente delle forze armate americane, ove un nucleo ristretto di uomini è stato in grado di effettuare l’ individuazione di un bersaglio dall’ alto valore strategico e politico, grazie al supporto di una più ampia forza schierata a protezione.

 

I ragazzi del 1-10th Cavalry Squadron fotografati con il bottino

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