Strategie antiterrorismo: quando il Gruppo Alfa fece a pezzi le famiglie dei jihadisti

17 Agosto 2017, Barcellona: il corpo di Julian Cadman, 7 anni, riverso sull’asfalto

Il 2017 si sta caratterizzando come un anno segnato da una serie costante di attacchi terroristici, effettuati da estremisti islamici all’interno dei centri urbani. Dall’inizio dell’anno ad oggi, si contano in Europa 72 civili morti e 467 feriti. Per la loro facile reperibilita’ e capacita’ di passare inosservate, armi da taglio ed automezzi sono divenute le nuove armi utilizzate contro la popolazione. Il modus operandi e’ quello gia’ impiegato dai terroristi palestinesi per colpire i civili israeliani e non e’ difficile prevedere un aumento di questi episodi nell’immediato futuro. L’obiettivo dei terroristi non e’ piu’ semplicemente quello di creare vittime, ma di alimentare un clima da “stato d’assedio”, che spinga la popolazione a guardarsi costantemente alle spalle. Laddove Israele si conferma in grado di rispondere in maniera efficace, grazie alla presenza capillare sul territorio di poliziotti e militari e ad una strategia antiterrorismo proattiva, i paesi occidentali faticano ancora nel trovare risposte adeguate.


Le vittorie strategiche conseguite in Siria ed Iraq, non si sono dimostrate efficaci nel danneggiare le capacita’ operative dell’ISIS, un’ organizzazione caratterizzata da un modello granulare, dove chiunque puo’ trasformarsi in un’arma di distruzione di massa. Il fronte si sposta quindi all’interno delle nostre citta’, con milioni di potenziali soldati ai quali attingere tra le comunita’ di immigrati di fede musulmana presenti sul territorio. I reclutatori dell’ISIS approcciano i giovani, offrendo loro soldi ed assicurando benessere per le famiglie, e sono diversi quelli che decidono di intraprendere la strada del terrore. Spesso incensurati e non legati al mondo del terrorismo, gli attentatori operano sotto il radar dei servizi di sicurezza, fino al momento in cui decidono di attaccare. Dinnanzi alla crescente impossibilita’ a prevenire tali atti, risulta necessario riformulare le strategie di risposta al terrore, ponendo in campo misure e strumenti extragiudiziali. Se i reclutatori attirano le nuove leve promettendo loro soldi per le famiglie, diventa quindi indispensabile trasformare queste in bersagli di azioni di rappresaglia. La storia ci insegna l’efficacia di tali misure.


 

Vladimir Putin incontra i membri del Gruppo Alfa nella citta’ cecena di Gudermes il 20 Dicembre 2011 (Foto ALEXEI NIKOLSKY/AFP/Getty Images)

La lezione russa in Libano e Cecenia

Il 20 Settembre 1985, i membri dell’Organizzazione Islamica di Liberazione (affiliata ad Hezbollah) rapiscono a Beirut quattro diplomatici russi. In un comunicato, i terroristi minacciano di uccidere i quattro ostaggi uno ad uno, a meno che Mosca non faccia pressione sulle milizie pro Siriane per cessare i bombardamenti sulle posizioni dei gruppi supportati da Teheran nella citta’ costiera di Tripoli.


Il Cremlino tenta inizialmente la negoziazione, ma quando viene a conoscenza dell’uccisione di uno degli ostaggi, le trattative si interrompono e gli operatori del Gruppo Alfa e gli agenti del KGB vengono inviati a Beirut. Sfruttando la rete di informatori locali, i russi identificano tutti i membri del commando. Una volta ottenute le generalita’ dei terroristi, viene messa in atto la strategia di risposta. Agenti del KGB catturano un parente di uno dei capi dell’organizzazione, gli tagliano un orecchio e lo spediscono alla famiglia. Contemporaneamente il Gruppo Alfa rapisce il fratello di uno dei sequestratori. All’uomo vengono mozzate due dita, che sono spedite alla famiglia in due buste separate. Un leader di Hezbollah riceve invece il corpo di un parente. L’uomo, a cui era stato sparato in testa, ha subito l’amputazione dei genitali, che gli sono stati infilati in bocca. Pochi giorni dopo, tutti e tre gli ostaggi vengono rilasciati illesi e nessun altro cittadino russo viene piu’ rapito in Libano.


Un approccio molto simile viene impiegato dai russi in Cecenia e Dagestan per smantellare la leadership del movimento separatista. I familiari dei terroristi vengono sistematicamente catturati ed imprigionati, finche’ il ricercato decide di arrendersi o viene ucciso. Le famiglie di coloro che non collaborano, vengono fatte scomparire (tra il 2000 ed il 2005 sono state circa 5000 le persone scomparse) od usate per passare, a loro insaputa, cibo avvelenato ai fuggiaschi. La strategia, attuata dal presidente Kadyrov, e’ riuscita nell’intento di piegare la resistenza.  Kirill V. Kabanov, membro del consiglio dei diritti umani di Vladimir Putin, spiega che il terrorista “deve capire che i suoi familiari verranno trattati come complici. Se i familiari denunciano un parente che desidera effettuare un attentato, allora per noi non sono complici, me se non lo fanno li trattiamo come tali.”


 

Genieri dell’IDF si preparano a demolire l’abitazione di un terrorista (Foto IDF)

Le demolizioni punitive: l’approccio israeliano

“I risultati migliori nella guerra contro gli attentatori suicidi, li abbiamo sempre ottenuti quando abbiamo demolito le abitazioni delle loro famiglie.” A parlare e’ Ben, un membro delle forze speciali dell’Israeli Defence Forces (IDF) che ha deciso di scambiare quattro chiacchiere con noi, in merito alla guerra con i terroristi palestinesi che da decenni insanguina le strade del suo Paese. Ben non e’ nato in Israele ma e’ di religione ebraica, e proprio come tanti altri coetanei ha deciso di fare ritorno in Patria per servire nell’IDF e, come dice lui, “guadagnarsi il diritto a trasferirsi in Israele.” Nonostante la giovane eta’, Ben ha partecipato a numerose azioni sul campo, e ha visto morire i suoi amici. Sul come combattere i terroristi non ha dubbi: “bisogna farne un esempio.” Uno studio effettuato dall’Universita’ di Gerusalemme e pubblicato nel Gennaio 2015, ha trovato una significativa correlazione tra le demolizioni punitive effettuate dall’IDF e la diminuzione del numero di attacchi. Il concetto e’ semplice: colpire i familiari dei terroristi e gettarli sulla strada, ha il duplice obiettivo di scoraggiare gli aspiranti attentatori, e convincere  i loro familiari a denunciarli alle autorita’.


C’e’ anche chi opta per una strategia diversa dall’eliminare i terroristi. Dan e’ un giovane tiratore scelto appartenente ad un reparto d’elite del quale non riveleremo il nome. Ci racconta di quel giorno quando dovette aprire il fuoco per proteggere i suoi compagni. “Ero in appostamento quando questo ragazzo si avvicina alla recinzione per lanciare una bottiglia Molotov contro i nostri ragazzi dall’altra parte. Ho aperto il fuoco mirando deliberatamente alla bottiglia. Il perche’? Se lo avessi ucciso sarebbe diventato un altro martire, ma farlo andare in giro ustionato lo ha trasformato in un esempio da non seguire per chiunque decida di attaccarci.”


La pratica del waterboarding

Oltre ogni limite

La scuola di pensiero piu’ comune tra sociologi ed organizzazioni per i diritti umani, e’ che atti come la tortura e le esecuzioni extragiudizali non facciano altro che generare nuovi terroristi. L’ esperienza russa in Libano e Cecenia ci insegna invece che colpire le famiglie dei terroristi in maniera sistematica, provoca l’annichilimento del nemico e la distruzione della sua volonta’ di combattere. Il soggetto e tutta la sua cerchia familiare, sono ora costretti a guardarsi costantemente le spalle, il che incrementa la possibilita’ che il terrorista deponga le armi. Il concetto di questo nuovo tipo di guerra asimmetrica, e’ quello di porre in essere azioni di rappresaglia talmente brutali, da rendere non piu’ contemplabile l’idea di massacrare civili occidentali. Come scrisse Benny Morris, corrispondente diplomatico del Jerusalem Post all’epoca del rapimento dei diplomatici russi in Libano “i sovietici operano cosi’, e questo e’ l’unico linguaggio che Hezbollah comprende.”


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