AGGIORNATO – Somalia 1992 -1994: un Incursore racconta

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Ogni distaccamento del Col Moschin era composto da otto elementi, divisi in due squadre da quattro.

La missione “Ibis” rappresenta il contributo italiano all’intervento multinazionale in Somalia noto come operazione “Restore Hope”, durato dal 3 Dicembre 1992 al 4 Maggio 1993. Le prime unita’ italiane arrivano in teatro l’11 Dicembre 1992, in concomitanza con l’approvazione della missione alla Camera dei Deputati. Si tratta del il 24º Gruppo Navale, che operera’ nelle acque prospicenti la Somalia dall’11 dicembre 1992 al 14 aprile 1993. La Task Force navale era composta dall’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, dalla fregata Grecale, dal rifornitore di squadra Vesuvio e dalle LPD San Giorgio e San Marco, con gli uomini del Battaglione San Marco e del Gruppo Operativo Incursori.
Prima dell’arrivo del contingente di terra, un distaccamento di Incursori del 9ᵒ Reggimento D’Assalto “Col Moschin” viene incaricato di entrare a Mogadiscio per riprendere il controllo dell’ ambasciata italiana, in attesa del dispiegamento del resto dei reparti. Il piccolo nucleo di e’ composto da sei elementi: il comandante (ora Generale) Bertolini, e per il Col Moschin un capitano, maresciallo ed un operatore, oltre a due ufficiali dell’ Aeronautica Militare Italiana.

Corpi d’élite ha potuto realizzare un documento storico straordinario, attraverso l’ intervista ad uno dei sottufficiali facente parte di quell’avanguardia, che ci racconta quanto vissuto in prima persona.

 

Puoi raccontarci quale fosse la situazione al vostro arrivo?
Al nostro arrivo a Mogadiscio, l’ 11 Dicembre 1992, eravamo in sei. Questo nucleo iniziale era composto dal comandante (ora Generale) Bertolini, e per il Col Moschin un capitano, un operatore ed io, oltre a due ufficiali dell’aeronautica. Il resto del contingente italiano sarebbe rimasto bloccato a Nairobi in Kenya per circa una settimana, dato che gli americani, che avevano il controllo dell’aeroporto, tardavano a darci il permesso per l’ atterraggio. Buona parte del nucleo avanzato, che aveva il compito di preparare l’arrivo per il resto del contingente, non poté quindi giungere nei tempi previsti. Nel mentre, a Pisa, i reparti si preparavano per il dispiegamento imbarcando sugli Hercules VM e mezzi leggeri. Non appena atterrati, gli americani ci hanno portato alla cooperazione italiana, la quale non era altro che una ONG al cui interno operava anche personale dell’allora SISMI. Il compito dei nostri servizi era quello di stringere contatti sul campo e riallineare gli intenti di parte della popolazione somala, divisa tra favorevoli e contrari all’intervento occidentale. Quando arriva il resto del contingente, qualche giorno dopo, riusciamo finalmente a riprenderci la nostra ambasciata. Non sapendo quella che fosse la situazione all’interno della struttura, pianifichiamo un intervento in piena regola. Noi del Col Moschin eravamo circa una decina, supportati da altro personale non appartenente al reparto.

Puoi raccontarci come si è svolta l’operazione di riacquisizione dell’ambasciata?
Il 16 Dicembre partiamo dall’aeroporto a bordo dei nostri VM e ci facciamo strada attraverso Mogadiscio, senza trovare resistenza. Non viene sparato un colpo durante l’irruzione, dato che tra le mura semi distrutte non troviamo altro che una famiglia, che invitiamo ad andarsene (il capo famiglia è stato successivamente impiegato all’interno dell’ambasciata). Mentre io ed un tenente alziamo nuovamente il Tricolore sul pennone dell’ambasciata, fuori diversi somali applaudono il ritorno degli italiani.

 

In che stato era l’ambascita al vostro arrivo?
All’interno lo spettacolo era di devastazione completa. Tutte i mobili erano scomparsi e le mura presentavano segni di danneggiamento, causati dai colpi di RPG-7 ed AK-47. Nonostante alcuni buchi, le mura perimetrali erano invece ancora in buono stato ed infatti, dopo aver chiuso alla meglio il cancello d’entrata, abbiamo subito organizzato i turni di guardia, tenendo l’ambasciata da soli per alcuni giorni prima dell’arrivo del resto del contingente.

 

Quale era la situazione nel settore sotto il controllo italiano?
La struttura sociale somala è dominata dai clan, i più grandi dei quali sono divisi in sotto-clan. Il clan Hawiye, uno dei più estesi, era a sua volta composto da Abgal ed Haber Gedir, capeggiati rispettivamente da Ali Mahdi e dal Generale Aidid, rivali tra loro. Come sappiamo, Aidid era apertamente ostile alla presenza occidentale, mentre Ali Mahdi era dalla nostra parte, questo perchè, qualora il primo fosse stato catturato o ucciso, egli si sarebbe proposto come unico interlocutore con gli occidentali. Il nostro contingente operava all’interno dell’area di Ali Mahdi.

 

 

Una volta messa in sicurezza l’ambasciata, quali sono stati i compiti assegnati al Col Moschin?
Prima di tutto il Col Moschin era incaricato di far rispettare il cessate il fuoco tra le diverse fazioni. Il nostro distaccamento preparava quindi dei piani di movimento giornalieri ed effettuava pattugliamenti mobili nel settore assegnato. Quando sorprendevamo qualcuno con delle armi addosso, le sequestravamo. Questi pattugliamenti avevano anche il compito di rendere quanto più possibile sicura l’area sotto la nostra competenza, attraverso il controllo delle armi che circolavano. Ci muovevamo sia di giorno che di notte, appoggiandoci ai checkpoint dei paracadutisti e con un nostro distaccamento sempre in stand-by, pronto ad intervenire come forza di reazione rapida in caso avessimo incontrato problemi. Con l’arrivo del grosso del contingente, abbiamo iniziato a spingerci a nord lungo la strada Imperiale, per individuare nuove aree dove il personale della missione si sarebbe potuto ridislocare.

Il Col Moschin ha anche effettuato irruzioni a seguito di soffiate. Ci comunicavano che in una determinata casa c’erano delle armi, ma spesso trovavamo solo ferri vecchi, che servivano più che altro a difendere l’ abitazione e non più di uno o due caricatori. Inizialmente sequestravamo queste armi. Con il passare del tempo ci siamo resi conto che in alcuni casi era meglio lasciargli almeno l’arma e togliergli solo i caricatori, che avrebbero comunque potuto acquistare nuovamente al mercato nero, questo perchè altri clan potevano attaccare il nucleo familiare se fossero venuti a sapere che quella casa era indifesa. Ovviamente noi cercavamo depositi grossi che, almeno il mio distaccamento, ha comunque trovato sotterrati e non all’interno di abitazioni.

Altro compito del Col Moschin era quello di scortare i convogli di aiuti umanitari, ruolo che si è poi evoluto in uno di pronto intervento in caso di rapina. Avevamo il supporto di elicotteri HH-3F dell’aeronautica, grazie ai quali potevamo intervenire rapidamente qualora fossimo stati attivati per rispondere ad un attacco contro un convoglio. A quel punto ci calavamo nell’area per metterla in sicurezza ed effettuare il rastrellamento in cerca dei banditi. Fondamentalemente però, non appena i somali ci sentivano arrivare, gettavano le armi e a quel punto non potevamo arrestarli. Queste operazioni avvenivano a nord lungo la strada Imperiale dove, partendo da Mogadiscio, i nostri checkpoint erano Balad, Giohar, Gialalassi, Bulo Burte e Belet Uen, ultimo avamposto italiano che si trovava quasi al confine con l’Etiopia.

Alle volte eravamo anche chiamati per mantenere l’ordine durante la distribuzione dei viveri. Io personalmente, una volta ho dovuto stendere qualche rotolo di concertina per incanalare il flusso della folla.

 

Il Col Moschin era anche incaricato di far rispettare il cessate il fuoco tra le diverse fazioni, effettuare irruzioni a seguito di soffiate e scortare i convogli di aiuti umanitari. Come vi spostavate per effettuare le ricognizioni a lungo raggio?
Utilizzavamo inizialmente i VM. Quando parte della logistica è stata spostata a Gialalassi, ci siamo mossi in convoglio, con noi in testa ed in coda a fornire sicurezza. Il Col Moschin non è comunque mai stato dispiegato a Gialalassi, ad eccezione di brevi periodi nei quali vi spostavamo un distaccamento per occuparsi di problematiche specifiche. Le operazioni di pronto intervento a difesa di convogli umanitari attaccati, avvenivano a nord lungo la strada Imperiale dove, partendo da Mogadiscio, i nostri checkpoint erano Balad, Giohar, Gialalassi, Bulo Burte e Belet Uen, ultimo avamposto italiano che si trovava quasi al confine con l’Etiopia.

 

Di cosa si trattava?
Ci chiamavano a causa di rapine effettuate da clan ai danni di altri clan. Normalmente si trattava di furti di bestiame.

 

Vi occupavate anche dei servizi di scorta?
Si, eravamo incaricati di fornire protezione al Generale Rossi (il comandante del contingente) e ai giornalisti come Carmen Lasorella. Dopo la battaglia del 2 Luglio, strano a dirsi, scortavamo anche i Centauro.

 

Raccoglievate informazioni anche per conto del SISMI?
Tutte le informazioni che raccoglievamo erano filtrate attraverso la compagnia e poi condivise con chi doveva sapere. Ovviamente se il SISMI aveva informazioni relative ad un’area dove stavamo o dovevamo operare, ce le passavano. Noi eravamo sempre in strada e comunicavamo tutto quello che venivamo a sapere. E’ un gioco di scambi di informazioni incrociato.

 

Operavate anche con il Gruppo Operativoi Incursori della Marina?
Il GOI si è visto ben poco a terra, dato che è stato quasi subito reimbarcato sulle navi, rimanendovi fino a fine missione. Ovviamente, se li avessimo chiamati a supporto, sarebbero arrivati.

 

Come eravate armati?
Ogni distaccamento (otto uomini divisi in due squadre da quattro) poteva sviluppare un volume di fuoco equivalente a quello di una compagnia. Ciascun operatore trasportava nelle giberne dieci caricatori, più altri dieci nello zaino. Io personalmente portavo con me ventidue caricatori di Heckler & Koch G3, che equivalevano a quasi trecento colpi. A questi andavano a sommarsi le cassette di colpi per la Browning, che ricoprivano i pavimenti dei nostri VM. Praticamente eravamo una Santabarbara semovente.

 

Quali erano le differenze, da un punto di vista delle tattiche operative, tra il Col Moschin e le forze speciali americane?
Innanzitutto c’è da notare che, essendo gli assetti differenti, differiscono anche i compiti. Noi avevamo un ruolo di presenza e controllo sul territorio, tramite le nostre pattuglie mobili della durata di dodici ore consecutive. Delta Force e SEAL Team Six, supportati dai Ranger, si concentravano invece sulle azioni dirette, e quindi i blitz. Gli americani avevano poi sicuramente personale in civile, non saprei dirti se fossero Delta o CIA.

 

Quindi, quella scena dal film Black Hawk Down, dove un operatore della Delta fa raccolta informazioni in un mercato travestito da giornalista, può corrispondere alla realtà?
Guarda, penso che queste cose le abbiamo fatte anche noi italiani, ma che fosse stato da solo ho i miei dubbi. Noi del Col Moschin abbiamo effettuato anche operazioni travestiti da somali, per cercare di prendere in flagrante i banditi che assalivano i convogli. Erano chiamate missioni “Hillak” e c’erano determinati distaccamenti assegnati a queste operazioni.

 

Dopo l’attacco del 2 Luglio al checkpoint Pasta l’atteggiamento dei somali nei confronti del contigente italiano cambia improvvisamente. Quali sono state le ripercussioni sulle attività del contingente?Dopo la battaglia del checkpoint Pasta, la situazione per noi italiani è andata peggiorando in maniera esponenziale, e questo lo abbiamo riscontrato subito tra la popolazione, che era diventata diffidente nei nostri confronti e tendeva a non cooperare. Il caso tipico era quello di non spostarsi più al passaggio dei nostri mezzi. Anche gli episodi di fuoco di disturbo erano aumentati. Il perchè di questo cambiamento non saprei dirtelo, ma tieni presente che tutte le strategie erano dettate dai capi villaggio e  per noi era difficile interloquire con la popolazione e tastare il polso della situazione, dato che i somali parlavano quasi esclusivamente i loro dialetti. Al pastificio abbiamo anche fatto decine di morti tra i miliziani, quindi è probabile che anche questo avesse influito sul nuovo atteggiamento assunto dalla popolazione.

Dopo il 2 Luglio, al fine di evitare problemi, ogni qualvolta mezzi del contingente dovevano spostarsi da Mogadiscio a Balad, essi percorrevano un bypass che aggirava la parte pericolosa sulla via Imperiale, che andava dal pastificio in poi. Quando il chekpoint Pasta è stato ripreso, gradualmente abbiamo ricominciato ad utilizzare la via Imperiale, dove si trovava anche il mercato. Il Col Moschin riceveva anche molte richieste di bonifica di tratti stradali che si temeva fossero stati minati, e scorta di personale dall’ambasciata verso l’aeroporto. Dopo il 2 Luglio, eravamo quindi quasi tutti a Mogadiscio con una cinquantina di elementi.

 

Cosa pensi sia stato il fattore scatenante dell’attacco a Pasta?

Non mi sento di asserire nulla, ma credo che il fatto che il contingente fosse sotto l’ala protettrice di Ali Mahdi, non fosse visto di buon occhio da Aidid. Prima di Pasta si erano anche verificate continue scaramucce tra i nostri reparti e i suoi miliziani.

 

Dopo il Settembre 1993 il contingente italiano si trasferisce a Balad.
Il contingente si sposta a Balad con il genio paracadutisti, i guastatori della Cecchignola, il Col Moschin, un battaglione paracadutisti, la sezione logistica ed un ospedale da campo, che provvedeva a fornire cure mediche ai militari ed ai civili somali. Dopo il 2 Luglio il Col Moschin è stato per la maggior parte ridislocato a Balad, mantenendo a rotazione un distaccamento in ambasciata ed uno di scorta al Generale Rossi. Il campo di Balad era anche il luogo dove concentravamo tutte le armi sequestrate per farle brillare. Durante i rastrellamenti trovavamo infatti molto materiale esplodente, quasi tutto risalente alla guerra civile di qualche anno prima. Io personalmente avevo già una certa esperienza in materia, essendomi occupato, ai tempi del mio dispiegamento in Libano, della distruzione delle armi. Con l’arrivo del genio, diversi uomini del Col Moschin sono stati accreditati BOE (Bonifica Ordigni Esplosivi).

 

Tu ed i tuoi colleghi avete partecipato anche alla difesa del checkpoint Ferro ai primi di Settembre.
Ferro si trovava su di un incrocio a nord di Mogadiscio ed in un quartiere controllato da Ali Mahdi, che confinava con quello dove c’era il checkpoint Pasta, in zona Aidid. Purtroppo, da parte italiana, c’era poco supporto verso la gente di Ali Mahdi, e spesso ricevevamo lamentele in merito a viveri e medicinali promessi ma mai distribuiti. La strategia italiana era infatti quella di cercare di dare di più alle zone controllate da Aidid, onde tenere calma la popolazione. Questo errore di valutazione ha esasperato gli animi e portato all’ assedio di Ferro. Noi siamo stati chiamati ad attacco iniziato, per bonificare con un nostro artificiere alcune bombe a mano inesplose. I militari che tenevano Ferro erano tutti paracadutisti di leva, con turni di guardia della durata di diversi giorni, e quindi sottoposti a forte stress. Mentre siamo al lavoro, arriva sul luogo dei disordini anche Carmen Lasorella. Viste le telecamere, la gente si galvanizza e verso mezzoggiorno la polizia somala ci consiglia di andarcene, perchè presto avrebbero pouto iniziare a volare pallottole. Decidiamo di asserragliarci, formando un perimetro difensivo con l’utilizzo delle mura di una casa in costruzione e delle blindo.

Poco dopo, a me e ad un mio collega piovono addosso due bombe a mano cinesi. Fortunatamente, toccando terra, entrambe le bombe si spaccano: una si apre senza esplodere, mentre l’ ogiva di ferro della seconda si divide dal detonatore per rotolare quasi fino ai nostri piedi. Il detonatore resta attaccato al manico di legno della bomba ed esplode senza far danni.

Dato che Ferro si trovava in una conca, i somali avevano anche iniziato a farci rotolare contro pneumatici incendiati e tirarci sassi, ma non potevamo fare altro che aspettare che le cose si calmassero ed utilizzare al massimo qualche lacrimogeno. Forse speravano che qualcuno dei nostri sparasse creando l’incidente, ma sia noi che i ragazzi della Folgore abbiamo mantenuto il sangue freddo per evitare di fare morti inutili. Abbiamo anche sentito colpi provenire dai palazzi più lontani, ma non ci hanno raggiunto.
A questo punto, non potevamo più uscire dal perimetro, e neanche muovere le blindo, dato che la strada era ricoperta di detriti di ogni sorta. Verso le quattro del pomeriggio arriva un carro Leopard munito di benna anteriore per sgomberare le barricate. Il Leopard è stato rimpatriato con danni di livello tre (il più alto), perche gli avevano infilato blocchi in cemento tra i cingoli per immobilizzarlo. Sono anche riusciti a crepare le feritoie blindate, Dio solo sa con cosa.

Alla fine arriva un nostro capitano, che media con uno degli anziani e fa terminare la rivolta. Si trattava di un’ufficiale estremamente capace, successivamente passato al SISMI, che in Somalia aveva intessuto una rete di rapporti e collegamenti, atti a garantire la sicurezza del contingente e che era molto stimato dai vari leader e capi tribali.

 

Quale tipo di tattiche utilizzavano i somali per combattere?

All’epoca si basavano sulla spregiudicatezza, un totale disprezzo della propria incolumità personale e la capacità di adattarsi all’ambiente circostante ed alle poche risorse in loro possesso. I somali non esitavano anche a farsi scudo di donne e bambini, ed erano in grado di far sparare una M60 senza piantone, appoggiandola semplicemente su di un asciugamano tenuto da entrambi i lati da due ragazzini. Erano maestri nell’ usare materiali di fortuna per erigere barricate nel giro di pochi minuti e bloccare intere strade. La pratica più diffusa era quella di sparare qualche colpo di disturbo al nostro passaggio. Quando succedeva, fermavamo i mezzi per assumere una posizione di sicurezza. Se avevamo capito da che parte provenivano i colpi, sparavamo verso la minaccia per fargli capire che eravamo ben pronti a rispondere al fuoco. Alcuni nostri distaccamenti hanno avuto dei contatti a fuoco anche molto pesanti, ma senza morti e feriti da nessuna parte. Questo veniva fatto per testare la nostra capacità di reazione, ma non credo volessero realmente uccidere, altrimenti, considerato che giravamo su dei VM completamente scoperti, chiunque avrebbe potuto almeno farci scappare il ferito sparandoci dai tetti. I somali costituivano però anche degli ottimi bersagli, perché non si muovevano quasi mai mentre facevano fuoco.
Potevano anche accadere delle imboscate, come quella nella quale siamo caduti mentre transitavamo sul bypass verso Balad. Eravamo su quattro blindo Fiat 6614 e due VM. Agli occhi dei somali sarebbe potuto sembrare un convoglio intento in un’attività operativa, mentre si trattava semplicemente di una scorta di personale di ritorno da una licenza in Italia. Ad un certo punto, il mezzo di punta si trova la strada sbarrata dalla carcassa di un’auto, mentre alle spalle di quello di coda vengono dati alle fiamme dei copertoni. Siamo bloccati. Da un vicolo spunta fuori un somalo scortato da due miliziani armati e con in mano il codolo di un razzo. Non potendo muoverci, decidiamo di assumere un atteggiamento non aggressivo e toglierci gli elmetti. Nel mentre, due miei colleghi scendono dai mezzi per cercare di trattare. Spunta fuori che a 500-600 metri dal bypass, alcuni elicotteri Cobra americani avevano appena terminato un’attività a fuoco. Dopo che hanno capito che eravamo italiani e che non c’entravamo nulla con l’attacco, ci hanno fatti passare. Qualora le cose fossero precipitate, non avremmo potuto fare altro che asserragliarci in uno degli edifici circostanti, fino all’arrivo dei rinforzi.

 

Il tuo distaccamento ha mai riportato feriti?
I somali conoscevano il nostro reparto e capivano, anche dalle armi che portavamo e dai nostri mezzi, che non eravamo come tutti gli altri militari. Poco prima della battaglia del pastificio ricevemmo la richiesta di effettuare un checkpoint volante tra il mercato ed il pastificio stesso. Giunti sul posto appiediamo. Uno dei nostri cerca di fermare un macchina, ma il guidatore non vuole saperne di fermarsi. Tra urla e botte sul cofano, finalmente la macchina si arresta, ed iniziamo il controllo. All’improvviso, alle nostre spalle, un somalo armato di baiaffa (un enorme coltello locale) esce dalla folla e pugnala uno dei miei uomini al costato. Fortunatamente il giubbetto antiproiettile ferma la lama e l’attaccante viene atterrato, non prima però che partano alcuni colpi, che feriscono un civile. Si scatena il caos. Vedendo il ferito a terra, mi getto su di lui per portarlo al sicuro. Mentre lo trascino con una mano, con la coda dell’occhio intravedo un movimento fulmineo: una donna si sposta e dalle sue spalle sbuca un ragazzo armato di fionda, che fa partire una sassata contro la mia faccia. Faccio in tempo a proteggermi il viso con il Beretta SCP, ma il sasso mi spacca il mignolo. Questo per dirti che comunque i somali non temevano nessuno e anche quando si sparavano colpi in aria, spesso non si disperdevano, dovevano sentire le pallottole che gli fischiavano direttamente sopra le teste per convincerli ad andarsene, specialmente quando si imbottivano di khat ed attaccavano i camion con i rifornimenti in uscita dal porto.

 

 

Il 3 Ottobre 1993 gli americani vengono attaccati a Mogadiscio. Dove vi trovavate?
Il mio ed altri distaccamenti erano a Balad. Erano le undici di sera e mi ricordo che stavamo guardando il film l’ ”Ultimo dei Mohicani”, quando ci arriva l’allerta per andare ad aiutare gli americani. Il Generale Celentano, al comando del 186mo Reggimento Paracadutisti di Siena, organizza un’ autocolonna delle dimensioni impressionanti e si parte nella notte verso Mogadiscio, passando sulla 21 Ottobre. Arriviamo verso le quattro del mattino, con la città immersa nel fragore dei combattimenti ancora in corso, ed il cielo solcato dagli elicotteri che vanno a mitragliare. La nostra autocolonna si ferma a circa trecento metri dal luogo degli scontri, aspettando l’ordine di schierarsi fino alle sei del mattino, quando la battaglia finisce. A quel punto ripieghiamo verso l’aeroporto, dove resteremo per quasi due giorni. Se quella notte ci fosse stato dato l’ordine di intervento, sarebbe stata una partita giocata con 186mo Reggimento, blindo VCC, carri M60 e noi del Col Moschin a supporto. Mentre eravamo all’aeroporto abbiamo assistito ad atterraggi e partenze continue di eliambulanze Huey, elicotteri da trasporto Blach Hawk e da attacco Cobra. Noi eravamo accanto all’hangar dove portavano i caduti, ed abbiamo contato almeno dieci sacchi neri in più rispetto a quelli dei quali parlano le stime ufficiali americane, oltre ad almeno altri venticinque feriti gravi.

 

In questi anni si è parlato molto del caso Alpi. Quale è la tua opinione a riguardo?
Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin erano alcuni dei giornalisti che abbiamo scortato in giro per Mogadiscio. Ricordo che la Alpi era voluta rimanere anche quando al nostro contingente è stato ordinato di rientrare in Italia, rientro previsto per il 21 Marzo 1994. Personalmente ritengo che sul caso Alpi siano state dette e scritte cose che differiscono totalmente dalla realtà che noi militari abbiamo vissuto. Quando la Alpi e Hrovatin sono stati uccisi, non c’era più nessun militare italiano a terra. L’ambasciata, che nelle settimane prima del rientro subiva attacchi quotidianamente, era vuota e a Mogadiscio i nostri checkpoint erano stati smantellati. La città era precipitata in uno stato di anarchia totale, una vera e propria terra di nessuno con i clan in guerra totale per la supremazia. Circolare per noi militari era rischiosissimo, ma per dei giornalisti muniti di cineprese molto costose come la Alpi e Hrovatin, voleva dire morte certa. A quel tempo, il costo di una vita era veramente quello di una pallottola. Quando venne uccisa insieme a Hrovatin, fu proprio al Col Moschin che venne affidato il compito di recuperare i corpi.

 

Secondo l’inviato di Panorama Giovanni Porzio il Col Moschin non si è mai mosso dal Porto Nuovo e i corpi sono invece stati recuperati da Giancarlo Marocchino uomo d’affari italiano trapiantato in Somalia.
Due distaccamenti del Col Moschin erano rimasti in appoggio sulle navi. Quando è accaduto l’omicidio, io ed il mio distaccamento eravamo sulla spiaggia che aspettavamo di essere imbarcati. Avevamo già smontato le Browning dai mezzi e siamo stati allertati per rientrare a Mogadiscio. Ci siamo quindi preparati solo con le armi personali ed abbiamo aspettato, finché non è arrivato l’ordine di annullare l’operazione. Apparentemente i nostri colleghi sulle navi avevano già recuperato i corpi. Marocchino, essendo l’unico che poteva muoversi più o meno in sicurezza con le sue guardie del corpo, può aver localizzato i corpi, ma il Col Moschin li ha comunque recuperati.

Che impressione ti sei fatto del popolo somalo?
Con il poco che avevano erano riusciti a mettere in difficoltà la macchina bellica americana, e questo era principalmente dovuto al loro atteggiamento incurante del pericolo. Come mariti e padri di famiglia, noi avevamo sempre qualcuno che ci aspettava a casa, anche se poi, quando operi, non stai certo a pensare al fatto che potrebbero spararti. Loro invece sono completamente diversi da noi, in quanto non conferiscono alcun tipo di valore alla loro vita o a quella di chi gli sta attorno, te lo dimostra il fatto che molto spesso si nascondevano dietro a donne e bambini.

 

In cosa differiva la Somalia da altri teatri nei quali avevi operato precedentemente?
In Somalia il Col Moschin ha effettuato un numero maggiore di azioni dirette che in altri teatri, dove abbiamo avuto prevalentemente ruoli di supporto. In Libano, ad esempio, ci venne richiesto di effettuare pattugliamenti notturni, al semplice scopo di farci vedere sul territorio, ma abbiamo anche posto in essere interventi di bonifica esplosivi, come anche in Somalia.

 

<Quali lezioni avete imparato dalla Somalia?
Posso dirti senza ombra di dubbio che noi del Col Moschin siamo stati dei veri e propri pionieri, costruendo per il nostro reparto un sistema operativo completamente nuovo. Dalla Somalia sono scaturite procedure ancora oggi in uso al Reggimento. All’ epoca della missione “Ibis”, come struttura e tecniche operative, sia il nostro reparto che il resto delle forze armate italiane erano poco lontane da quelle della seconda guerra mondiale. Una volta scortammo una decina di carri M113 dal porto di Mogadiscio all’ambasciata (un percorso di appena cinque chilometri), che finirono per perdersi perchè non avevano procedure di comunicazione tra mezzi durante il movimento e l’equipaggio non aveva studiato l’itinerario. Ci siamo trovati spesso con radio che non funzionavano, con un supporto aereo da parte degli elicotteri inesistente, ad operare in aree lontane dai nostri checkpoint e dove non potevamo ricevere alcun tipo di supporto. Mettevamo quindi in atto procedure in grado di garantire la sopravvivenza del distaccamento. Quello che è accaduto il 2 Luglio è esemplare delle procedure operative inadeguate con le quali i militari italiani sono stati purtroppo spediti in Somalia: i soldati erano sotto il fuoco nemico e non potevano rispondere perchè dovevano aspettare l’autorizzazione dal comandante del contingente. Ma stai pur certo che quando sparavano su noi del Col Moschin, l’autorizzazione non la aspettavamo. Purtroppo a Pasta non c’eravamo solo noi, e prima che arrivasse l’ordine di fuoco, sono morti degli amici. Oggi, grazie alle regole d’ingaggio, queste cose non accadono più, e le forze armate italiane hanno elevato le procedure e gli standard operativi allo stesso livello di quelli dei reparti stranieri. Quindi posso tranquillamente affermare che, se non ci fosse stata la Somalia, l’ esercito italiano non avrebbe mai potuto affrontare l’Afghanistan così professionalmente come sta facendo oggi.

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