Sangue e valore a Nassiriyah.

Contributo a cura di Tommaso Colasuonno

Lagunari mettoni in sicurezza la zona atterraggio di un CH 47 Chinook.
Lagunari mettono in sicurezza la zona atterraggio di un CH 47 Chinook.

Tra il 20 marzo ed il 1°maggio 2003 (operazione “IRAQI FREEDOM”) le forze della Coalizione a guida USA riuscirono a sconfiggere l’esercito iracheno e a deporre il regime baathista di Saddam Hussein. L’ex dittatore iracheno fu poi catturato dai militari americani nel corso dell’operazione “RED DAWN”, in dicembre. Tuttavia la decisione del governo statunitense di congedare le forze armate irachene per ricostituirle solo nel 2004, la “de – baathizzazione dell’Iraq” e l’intromissione del terrorismo internazionale di matrice islamica, resero la ricostruzione dell’Iraq un processo più lungo, violento e tortuoso.

 

Distintivo della missione "Antica Babilonia".
Distintivo della missione “Antica Babilonia”.

L’Italia volle contribuire alla stabilizzazione del Paese mediorientale inviando un contingente di circa tremila soldati nella città di Nassiriyah (operazione “ANTICA BABILONIA”) allo scopo di ricostituire le forze di polizia locali e preparare il terreno per un Iraq democratico e stabile. Pochi mesi dopo, quel tragico 12 novembre 2003, un vile attentato dinamitardo provocò 35 morti e decine di feriti; tra i morti vi erano 19 carabinieri, 5 militari dell’Esercito Italiano, due giornalisti italiani, sette civili iracheni e i due attentatori suicidi. Nonostante le solite, sterili, polemiche sollevate da appartenenti alle sinistre radicali, la gente mostrò sincera solidarietà alle vittime della strage; loro erano dei martiri e i loro assassini dei vigliacchi che hanno da offrire solo odio e distruzione.

 

L'imam
L’imam Muqtada Al Sadr, leader dell’Esercito del Mahdi.

Agli inizi del 2004, che sarebbe stato uno degli anni più violenti di tutta la Seconda Guerra del Golfo, scoppiò un insurrezione che coinvolse la parte centrale e meridionale dell’Iraq. A parte milizie ribelli sunnite, vicine al vecchio regime e ad Al Qaeda, le quali peraltro subirono gravi perdite durante le due battaglie di Falluja, nell’aprile e nel novembre 2004, il principale pericolo proveniva da una milizia ribelle sciita nota come “Esercito del Mahdi”. Questa milizia era guidata dall’iman radicale Muqtada Al Sadr, il cui padre era stato assassinato da Saddam nel 1999; questa milizia si era opposta al dittatore iracheno, ma solo perché voleva instaurare in Iraq una repubblica islamica sul modello di quella iraniana, col preciso intento di perseguitare le minoranze sunnite e curde del Paese e di reprimere nel sangue ogni accenno di dissenso. L’Esercito del Mahdi, stando a rapporti stilati dai servizi segreti israeliani, poteva contare su circa 10.000 miliziani, più un numero ignoto di sostenitori tra la popolazione sciita irachena; la milizia era stata armata ed equipaggiata dalle forze speciali dei pasdran iraniani e non a caso tra i miliziani figuravano 400 / 500 elementi di nazionalità iraniana (quasi certamente dei consiglieri militari inviati da Theran per creare disordini nel Paese), anche se non mancavano miliziani provenienti dalle minoranze sciite di paesi arabi e nord africani.

 

Attivita' di pattugliamento da parte del Tuscania dell'Arma dei Carabinieri.
Attivita’ di pattugliamento da parte del Tuscania dell’Arma dei Carabinieri.

L’insurrezione che provocò l’Esercito del Mahdi nel 2004 fece migliaia di morti tra forze della Coalizione (circa 230 caduti) forze di sicurezza irachene (almeno 1.500) civili (forse 3.000) ed insorgenti (oltre 4.000). La rivolta fu infine repressa, così come accadde successivamente con una seconda rivolta sciita nel 2008, anno in cui la milizia di Al Sadr si decise finalmente ad accettare la smobilitazione generale, per trasformarsi in un movimento politico. Quella di seguito è la descrizione, basata su resoconti di militari e civili che vissero quei drammatici eventi, incentrata in particolar modo sui combattimenti che ebbero luogo tra insorgenti e militari italiani. Le battaglie di Mogadiscio e di Nassiriyah costituiscono le prime che le Forze Armate Italiane abbiano affrontato dalla Seconda Guerra Mondiale ed in entrambi i casi, per biechi opportunismi politici, in Italia si cerca di farle passare sotto silenzio. Ancor oggi si parla di “missioni umanitarie o di pace”, ma in verità quelli furono giorni di guerra e di coraggio.

 

Tiratore scelto del Reggimento "San Marco"
Tiratore scelto del Reggimento “San Marco”

6 Aprile 2004: operazione “PORTA PIA”

Dopo l’attentato alla caserma Maestrale del 2003 i militari italiani decisero di non conservare alcuna base all’interno della città di Nassiriyah, ma di costruire basi nella periferia e di limitarsi a pattugliare il centro urbano, insieme alla polizia locale. Tale scelta fu allora motivata dal bisogno di avere meno obiettivi sensibili da difendere e per mostrare alla popolazione civile che le truppe italiane erano giunte in Iraq per aiutare e non per occupare militarmente il Paese; tuttavia in questo modo si diede la possibilità agli insorgenti di infiltrarsi nell’abitato e di occupare interi quartieri, tenendo i civili in ostaggio della loro follia omicida. I miliziani non esitarono ad occupare ospedali e luoghi di culto, consci del fatto che i soldati avversari non li avrebbero bombardati, e li usarono come basi e depositi di armi. Probabilmente la forza ribelle che occupò buona parte della città era costituita da circa 500 uomini, non tutti di nazionalità irachena e tutti non originari di Nassiriyah, ben armati con fucili d’assalto AK 47, mitragliatrici leggere, mortai di vario calibro e lanciarazzi RPG. Il comando britannico, che coordinava le forze della Coalizione nel Sud dell’Iraq, ordinò alle forze italiane di riprendere il controllo della città e si offrì di mettere a disposizione degli italiani supporto aereo e truppe di rinforzo; il comando italiano rifiutò, per non sminuire la propria autorità di fronte alla popolazione irachena; non è giusto giudicare col senno di poi, ma una tale decisione ricorda la medesima scelta che fece il comando americano nel 1993, quando gli italiani misero a disposizione i loro blindati per evacuare le truppe americane circondate a Mogadiscio e gli americani rifiutarono l’aiuto; quella decisione ritardò le operazioni di soccorso (eseguite successivamente da forze meccanizzate americane, pachistane e malesi) e provocò ulteriori vittime tra i soldati americani.

Fatto sta che il comando italiano organizzò una task force di oltre 600 soldati scelti, composta dall’XI Reggimento Bersaglieri, una compagnia di marò del San Marco, uno squadrone del Savoia Cavalleria e carabinieri del Gruppo d’Intervento Speciale e del 1°Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”. Non furono schierati elicotteri, ma la Brigata Ariete mise a disposizione otto blindati Centauro e 60 veicoli di vario tipo, inoltre squadre di tiratori scelti del Comando Subacquei e Incursori (COMSUBIN), del 9°Reggimento d’Assalto Paracadutisti Incursori “Col Moschin” e del 185°Reggimento Ricognizione e Aquisizione Obiettivi “Folgore” avrebbero offerto supporto ed informazioni sulle posizioni nemiche. Per alcuni di questi soldati non era la prima azione contro il nemico, infatti alcuni giorni prima gli incursori di Marina e del Col Moschin avevano partecipato all’operazione “UOVO DI PASQUA”, che aveva permesso l’eliminazione di numerosi miliziani sciiti e la liberazione di un ostaggio britannico.

 

Le forze insorgenti si schierarono nei pressi di tre ponti sul fiume Eufrate che dividevano la parte Nord dal Sud della Città, i ponti furono chiamati in codice dagli italiani Alfa, Bravo e Charlie. I ribelli avevano schierato squadre di cecchini e mortai sui tetti di alcuni edifici civili e di un ospedale. Non si fecero scrupoli ad usare ambulanze che avevano sequestrato in precedenza per rifornire le loro posizioni di armi e munizioni.

 

L’operazione “PORTA PIA” scattò alle 03:00 del 6 aprile. I bersaglieri conquistarono rapidamente il ponte Bravo, mentre i marò facevano altrettanto con gli altri due, ma l’avanzata italiana fu bloccata dal massiccio fuoco di sbarramento degli insorti, i quali spararono qualcosa come 400 colpi di RPG e migliaia di munizioni di vario tipo. I soldati italiani dovettero rispondere al fuoco solo con armi leggere, per evitare di colpire i civili, anche se in un’occasione fu individuata una palazzina usata da mortai e tiratori nemici; un Centauro inquadrò il bersaglio e sparò tre o quattro colpi, distruggendo l’edificio ed eliminandone gli occupanti. La battaglia crebbe man mano di intensità e sorsero molti problemi per i militari italiani, ad esempio la presenza di civili presso il ponte Charlie, usati come scudi umani dal nemico, indusse i nostri soldati a non forzare un posto di blocco creato dagli insorgenti con sacchi di sabbia e veicoli distrutti, ed inoltre alcuni proiettili di mortaio o RPG colpirono dei veicoli; fortunatamente non esplosero, ma fecero diversi feriti.

Mentre la battaglia infuriava, l’italiana Barbara Contini (rappresentante dell’Autorità Provvisoria della Coalizione, o CPA) si recava da Aws Al Khafaji, luogotenente di Al Sadr a Nassiriyah. La Contini, scortata da una ventina di soldati, otto dei quali appartenenti ai Navy SEAL e i restanti del 22°Special Air Service britannico, si era recata dal leader sciita perché sapeva che in più di un’occasione aveva dissentito dalla bieca furia omicida del suo comandante (e difatti alcuni anni dopo Al Khafaji deciderà di abbandonare l’Esercito del Mahdi per entrare in un partito sciita moderato). Dopo un negoziato lungo e difficile i due mediatori giunsero infine ad un compromesso: la milizia doveva fuoriuscire dalla città, con la promessa che non sarebbe stata bombardata dalle forze della Coalizione, mentre le forze di sicurezza irachene e l’esercito italiano si sarebbero occupati di presidiare le due sponde dell’Eufrate e la città. La Contini avvisò il comandante italiano, il generale Gian Marco Chiarini della Brigata Ariete, il quale ordinò alle truppe di far indietreggiare i Centauro di alcuni metri e di consolidare le posizioni conquistate. Nel frattempo Al Khafaji, tramite degli autoparlanti, ordinava agli insorgenti di sganciarsi, perché ormai “gli invasori avevano subito gravi perdite e una grande vittoria era stata ottenuta”. La maggioranza dei miliziani credette a queste bugie, ma i più ostinati cercarono di violare la tregua riprendendo a sparare sulle posizioni italiane. Dopo qualche ora smisero, probabilmente perché i tiratori scelti delle forze speciali italiane li avevano ridotti al silenzio.

 

Membro del Gruppo Operativo Incursori in Iraq.
Membro del Gruppo Operativo Incursori in Iraq.

Al tramonto la battaglia, durata circa 15 ore, era terminata. In quello che sarà ricordato come il più lungo conflitto a fuoco della storia militare italiana recente furono esplosi oltre 100.000 proiettili di vario calibro. I militari italiani spararono 30.000 colpi, tra cui una ventina di razzi Faust e Milan, tanto che la prima linea dovette essere rifornita cinque volte durante gli scontri. Il bilancio ufficiale delle perdite era di dodici soldati italiani feriti, quasi tutti bersaglieri, e circa 15 “civili” uccisi; stando però ad alcuni capi tribù locali, interrogati successivamente dalle forze italiane, gli insorti sciiti abbattuti erano stati oltre 200 e un uguale numero era finito in ospedale, ciò significa che le forze nemiche avevano subito un numero di perdite pari a circa l’80 % dei loro effettivi. Da un esame dei corpi e dei ricoverati in ospedali emerse poi che tra i miliziani vi erano anche dei Pasdaran iraniani.

 

La battaglia era finita, gli italiani avevano ottenuto una significativa vittoria e, quasi miracolosamente, non si registravano caduti, nonostante la durezza dei combattimenti. La bandiera dell’XI Reggimento Bersaglieri fu insignita di una Medaglia al Valore per Merito di Guerra, fatto assolutamente meritato ma in fondo ironico, considerando il fatto che per il governo italiano quella irachena andava considerata una missione di pace. La rivolta però non era ancora stata domata e Nassiriyah era un obiettivo troppo strategico per il nemico per abbandonarla dopo una sola battaglia. Dopo un mese di tregua lo scontro tra forze della Coalizione e insorti riprese con una violenza perfino maggiore di “PORTA PIA”.

 

14 – 20 Maggio 2004: la seconda battaglia

 

Nassiriyah, Iraq, operazione ANTICA BABILONIA: un membro del G.O.I. vigila sul passaggio di consegne tra Barbara Contini e Sabri Hamid Al Rumayad, nuovo Governatore di Nassiriyah (foto &copy Laruffa/LaPresse)
Nassiriyah, Iraq, operazione ANTICA BABILONIA: un membro del G.O.I. vigila sul passaggio di consegne tra Barbara Contini e Sabri Hamid Al Rumayad, nuovo Governatore di Nassiriyah (foto &copy Laruffa/LaPresse)

Gli scontri ripresero a maggio. La White Horse, base militare e sede della CPA nella città di Nassiriyah fu fatta oggetto di tiro di mortai e posta sotto assedio. Le forze ribelli che attaccarono provenivano da altre regioni dell’Iraq o perfino da altri Paesi; la loro intenzione non era liberare una città occupata da un invasore straniero, bensì conquistare l’abitato, saccheggiare ogni cosa di valore e terrorizzare la popolazione, nella speranza che gli occidentali lasciassero l’Iraq e che si instaurasse a Baghdad un regime filo – iraniano. In effetti molti equipararono quegli scontri all’Offensiva del TET, durante la guerra del Vietnam. I media, mostrando la loro scarsa originalità e il loro più ampio disprezzo per i soldati che rischiavano o perfino perdevano la vita nell’adempimento del dovere, riutilizzarono gli slogan risalenti al Vietnam: ad esempio, durante l’assedio di Falluija, furono pubblicati articoli di giornali del tipo “Era necessario distruggere quella città per salvarla?”. Oppure si potrebbe ricordare il “Triangolo ribelle sunnita”, un soprannome copiato di sana pianta dal “Triangolo di Ferro”, una regione vietnamita controllata dai guerriglieri vietcong. Nel 2004, come nel 1968, si cerò di distorcere i fatti e far passare una rivolta, per giunta fallita, per una “rivoluzione anti – coloniale”.

 

Fatto sta che la situazione si complicò al punto che questa volta il Comando Italiano richiese l’aiuto delle forze statunitensi e britanniche. La base della CPA era difesa da militari appartenenti a vari reparti, ma specialmente carabinieri paracadutisti del Tuscania e lagunari del Reggimento “Serenissima”, più alcune squadre delle forze speciali. Oltre ai soldati italiani nella base erano presenti venti contractors filippini e altrettanti soldati, tra 22°Special Air Service Regiment e S.E.A.L., che facevano da scorta a Barbara Contini, la rappresentante della CPA. Le truppe italiane difesero la base con le armi individuali e di squadra e richiedendo attacchi aerei; in qualche occasione furono lanciate delle sortite, organizzate dai parà del Tuscania o dagli incursori del Col Moschin, che permisero di annientare delle posizioni di mortai o di cecchini. Dopo pochi giorni le forze ostili iniziarono a spostarsi di continuo, occupando e abbandonando svariati edifici civili, allo scopo di colpire gli italiani il più duramente possibile e scongiurare ulteriori contrattacchi delle forze alleate.

 

Dopo circa una settimana le truppe italiane decisero di evacuare la White Horse, per portare al sicuro i civili, il personale della CPA ed infine i militari stessi. L’evacuazione fu organizzata dal Reggimento Tuscania, dai lagunari e dai gendarmi portoghesi e si svolse sotto fuoco nemico; l’operazione fu portata a termine con successo, diversi insorti furono abbattuti dai mitraglieri dei veicoli, ma sfortunatamente tre carabinieri e diversi lagunari vennero feriti da armi di vario calibro. Il ferito più grave fu il Primo Caporal Maggiore Matteo Varzan, lagunare, che spirerà durante il trasporto in ospedale; sarà il primo ed unico caduto italiano di questa battaglia.

 

L'interno della CPA in un momento della battaglia.
L’interno della CPA sotto assedio.

Mentre infuriava la battaglia, la Contini per la seconda volta si recò da  Al Khafaji, nella speranza di negoziare un cessare il fuoco. Stavolta però nemmeno il leader sciita poté fare nulla, perché le forze attaccanti non riconoscevano la sua autorità e non volevano saperne di interrompere la loro scia di violenze e barbarie, ritenendosi ormai invincibili.

 

Proprio questa presunzione si rivelò però la rovina degli insorgenti. Convinti di aver ormai vinto la battaglia iniziarono a saccheggiare la base e altri edifici, senza più temere i contrattacchi della Coalizione. Invece alcuni soldati italiani erano rimasti in città: si trattava di squadre di acquisitori del 185° Reggimento Ricognizione ed Acquisizione Obiettivi “Folgore”. Gli operatori illuminarono le posizioni nemiche con i disegnatori laser e nel giro di poche ore aerei della Coalizione bombardarono le forze insorgenti, massacrandole.

 

Un momento della battaglia presso la CPA.
Un momento della battaglia presso la CPA.

Ancora una volta, con un mix di forza, coraggio e diplomazia, le forze italiane riuscirono a tornare a Nassiriyah e a riparare i danni fatti dai terroristi. Comunque dopo tali scontri il governo si decise finalmente ad approvare, evitando comunque di pubblicizzare la cosa, il dispiegamento in Iraq di una adeguata copertura aerea e di maggiori forze corazzate.

 

Gli scontri erano terminati, centinaia di insorti abbattuti, feriti o catturati, le nostre perdite furono incredibilmente contenute, nonostante la grande potenza di fuoco di cui disponeva il nemico. La situazione si normalizzò. L’operazione “ANTICA BABILONIA” terminò nel dicembre 2006; complessivamente 32 militari italiani sono caduti in Iraq, vittime soprattutto di vili attentati dinamitardi; ignoto rimane il numero di insorgenti e terroristi abbattuti o catturati dalle forze speciali italiane. La missione era stata comunque compiuta, la città di Nassiriyah poté diventare uno dei luoghi più tranquilli del Paese. La Guerra d’Iraq o Seconda Guerra del Golfo è terminata ufficialmente nel dicembre 2011, col ritiro delle ultime forze della Coalizione e il raggiungimento di una fragile tregua tra governo iracheno, autorità autonoma curda e gruppi dissidenti sciiti e sunniti.

 

Tiratore del
Tiratore del San Marco risponde al fuoco nel corso degli scontri.

Nel 2014 le violenze nel Paese sono riprese, lungo il confine tra l’Iraq e la Siria. Ancora una volta i militari italiani sono tornati in azione in Iraq (operazione “PRIMA PARTICA”) per addestrare le forze curde e irachene che si oppongono allo Stato Islamico, erede di Al Qaeda.

Si spera che il governo italiano non ripeta gli errori commessi in passato, ai tempi delle battaglie di Mogadiscio e Nassiriyah; in particolar modo gli italiani commisero l’errore di considerare quelle missioni come “umanitarie” (non guerre) e il nemico come “una banda di ribelli male armati”, cose che hanno esposto i nostri militari ad alti rischi e provocato alcune perdite.

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