19 Luglio 1972

Mirbat

“Laba era stato colpito al mento ma, esibendo una compostezza non indifferente, tutto ciò che disse fu ‘il nemico si sta avvicinando un pochino’.” – Reduce della battaglia di Mirbat

La cittadina costiera di Mirbat è sormontata dal massiccio del Jeb Ali, il quale domina la baia e le terre sottostanti

Nel 1971, il governo dell’ Oman aveva conseguito importanti vittorie nei confronti dei ribelli filo comunisti del People’ s Front for the Liberation of Arabian Gulf (P.F.L.O.A.G.). Diversi gruppi di firqat (soldati locali) erano divenuti operativi ed il consenso da parte della popolazione civile nei confronti dei ribelli, aveva visto bruschi cali in diverse regioni dell’ Oman. Gli adoo (termine dispregiativo stante ad indicare un nemico arabo, coniato dallo Special Air Service britannico proprio nel corso della campagna in Oman e correntemente in uso) decisero quindi di montare un imponente attacco nei confronti della cittadina costiera di Mirbat, ubicata nella provincia meridionale del Dhofar ed a 64 chilometri ad est di Salalah. Nelle intenzioni dei guerriglieri, il successo dell’ operazione avrebbe nuovamente convinto i locali a schierarsi dalla parte della causa ribelle. Nel 1972, gli uomini dello Special Air Service britannico si trovavano oramai in servizio da tre mesi, in qualità di British Army Training Teams (B.A.T.T.) incaricati addestrare le truppe firqat nell’ uso delle armi di fanteria. I ribelli si trovavano come sempre accampati sulle colline circostanti, lanciando periodicamente colpi di artiglieria, i quali si rivelavano spesso troppo corti da costituire una reale minaccia nei confronti degli occupanti i vari forti dislocati nell’ area. Su quelle stesse colline, i guerriglieri stavano pianificando un violento attacco contro la cittadina di Mirbat, forti di duecentocinquanta uomini armati con fucili d’ assalto AK-47 Kalashnikov, mitragliatrici russe senza rinculo da 75mm, mortai e lancia razzi Carl Gustav.



Gli operatori dello S.A.S. che si preparavano a lasciare Mirbat il 19 luglio, dopo un turno di servizio avaro di forti emozioni, non avevano alcuna idea del fatto che proprio in quello stesso giorno, i ribelli comunisti avrebbero sferrato l’ attacco alla cittadina. La guerriglia pianificò meticolosamente l’ operazione: a causa della stagione dei Monsoni, il mattino sarebbe stata l’ ora più propizia per l’ attacco, con una fitta nebbia a coprire il terreno e nuvole basse che rendevano quasi impossibile il supporto aereo ravvicinato o l’ invio di rinforzi a bordo di elicotteri. I guerriglieri, grazie ad una rete di spie, erano inoltre a conoscenza del giorno nel quale le unità britanniche avrebbero terminato il proprio turno di servizio. Il presidio dello S.A.S. non si ergeva comunque isolato nell’ area, potendo infatti contare sui vicini forti di Wali e della Gendarmeria del Dhofar, i quali acquartieravano rispettivamente trenta ascari e venticinque gendarmi, armati di vecchi fucili inglesi Lee-Enfield. Il Forte di Wali si trovava nei pressi della Baia di Mirbat, mentre l’ avamposto della gendarmeria era localizzato a nord-est della postazione britannica. Queste difese furono successivamente indebolite quando, a seguito dell’ avvistamento di un’ avanguardia ribelle, sessanta firqat furono inviati in ricognizione nell’ area interessata. Per quanto concerne le difese, esse erano costituite un vecchio pezzo d’ artiglieria da 25mm risalente al Secondo Conflitto Mondiale, installato all’ interno di un piccolo bunker a fianco del forte della gendarmeria e da un mortaio da 81mm ubicato in una piccola postazione situata a fianco della Batthouse, la struttura ospitante il quartier generale del B.A.T.T., in realtà un presidio dello Special Air Service. Sul tetto dell’ edificio si trovava inoltre installata una mitragliatrice pesante Browning. I primi a cadere furono i gendarmi in pattugliamento sul Jebel Ali, una piccola collina ubicata a mille metri a nord di Mirbat e a metà strada verso il massiccio del Jebel. Il Jebel Ali, dominava sulla cittadina di Mirbat e su tutta la baia sottostante.



Schema della battaglia di Mirbat del 19 luglio 1972. Si possono notare i tracciati percorsi dagli operatori dalla Batthouse al bunker ubicato presso il forte della gendarmeria



“Poco prima dell’ alba del 19 luglio, gli adoo attaccarono”, ricorda uno degli operatori dello S.A.S. che presero parte alla battaglia. “Erano quasi le 05:00, un momento nel quale potevano sfruttare la scarsa luce che, combinata con il cattivo tempo, rendeva quasi impossibile per le sentinelle individuare l’ avvicinamento silenzioso dei ribelli. A circa 1000 metri a nord del perimetro che proteggeva la nostra area, i guerriglieri uccisero otto gendarmi in pattugliamento sul Jebel Ali. Il Capitano Kealy salì sul tetto della Batthouse per controllare cosa stava accadendo.” Improvvisamente i ribelli, armati di fucili d’ assalto AK-47, sbucarono dalla nebbia mattutina come fantasmi, dirigendosi decisi verso la Batthouse. Pochi istanti dopo, i guerriglieri scatenarono tutta la loro potenza di fuoco contro la postazione. In quel momento, sul tetto della costruzione, si trovavano in cinque: il ventitreenne Capitano Mike Kealy, il Caporali Pete Wignall (alla Browning) e Roger Chapman (armato di una mitragliatrice di squadra GPMG) ed i Soldati Tommy Tobin e Sek Savesaki (quest’ ultimo originario delle isole Fiji). All’ interno della Batthouse si trovavano invece i Soldati Bob Bradshaw (munito di un fucile in cal.7.62mm) e Reynolds. A fianco della struttura, si trovava invece il Caporale Harris (detto “Fuzz”) ed il suo mortaio da 81mm, mentre l’ imponente Caporale Talaiasi Labalaba (anch’ egli fijiano come Savesaki) aveva lasciato la Batthouse, percorrendo di corsa i cinquecento metri che lo separavano dal piccolo bunker ove era presente il pezzo da 25mm, nei pressi del forte della gendarmeria. Dal tetto della Batthouse gli operatori aprirono il fuco contro i ribelli, utilizzando brevi raffiche al fine di preservare il munizionamento, mentre Kealy ordinava al caporale Harris di offrire fuoco di copertura per i gendarmi ancora vivi sul Jebel Ali. Nonostante le perdite, gli adoo non erano intenzionati a desistere, attaccando ancor più violentemente con il supporto di mortai e dei lancia razzi Carl Gustav. La Batthouse, Forte Wali, il forte della gendarmeria e la cittadina di Mirbat, erano ora sotto un pesante fuoco. Al Caporale Pete Wignall venne ordinato di utilizzare la radio PRC316 all’ interno del presidio, onde comunicare al quartier generale di Um Al Quarif quanto in corso. Successivamente Wignall prese nuovamente posizione alla cal.50 sul tetto dell’ edificio.



Lo S.A.S. era ora attaccato su tre lati: i militi non avrebbero potuto resistere ancora a lungo senza un consistente quanto rapido invio di rinforzi. Kealy richiese un attacco aereo, pur sapendo che le possibilità di ottenere una risposta positiva erano decisamente remote, a causa delle pessime condizioni meteorologiche. Una pioggia di razzi colpì improvvisamente il forte della gendarmeria, proiettando in aria una pioggia di detriti e facendo alzare in aria una fitta coltre di fumo e polvere. “Alla radio arrivò la comunicazione che Laba era stato colpito”, ricorda uno dei militi. “La mitragliatrice pesante si era difatti improvvisamente azzittita. Laba era stato colpito al mento ma, esibendo una compostezza non indifferente, tutto ciò che disse fu ‘il nemico si sta avvicinando un pochino’.” Savesaki si offrì volontario per portare aiuto al compatriota ferito. Coperto dai colleghi, attraversò sotto il fuoco del nemico i cinquecento metri che lo separavano dal bunker ove si trovava il Caporale Labalaba, per tuffarvisi letteralmente all’ interno. Labalaba, non perse tempo a comunicare di essere stato ferito, indicando invece a Savesaki le scatole di munizioni ancora inutilizzate. Savesaki utilizzò una benda per arrestare l’ emorragia dal mento del collega, lanciandosi successivamente fuori dal bunker per dirigersi verso l’ ingresso del vicino forte della gendarmeria, ove fu in grado di prendere un mitragliere per portarlo verso la postazione di Labalaba. Sfortunatamente il gendarme fu quasi immediatamente colpito allo stomaco. Il nemico era ora riuscito a creare una breccia nella rete perimetrale, avanzando verso il bunker. Savesaki venne successivamente ferito ad una spalla, alla schiena ed alla testa, ma fu in grado di continuare a brandire il pezzo, ora puntato direttamente contro i ribelli distanti solo una manciata di metri alla sinistra della postazione. Il Caporale Labalaba si occupava di ricaricare, ma quando cercò di raggiungere un mortaio da 60 mm. vicino alla postazione, venne colpito mortalmente alla nuca.



Il Caporale Talaiasi Labalaba, sfortunato eroe della battaglia di Mirbat, ritratto in un dipinto ottenuto da una fotografia rinvenuta tra i suoi effetti personali. Nonostante l' indiscusso valore dimostrato, Labalaba ottenne solamente una citazione nei dispacci

“Impossibilitato a stabilire un contatto con la postazione di Labalaba e Savesaki, il Capitano Kealy decise di recarsi a controllare personalmente, unitamente al Soldato Tobin. (…) Kealy e Tobin riuscirono nel frattempo a raggiungere la postazione, sostituendo i due fijiani al pezzo. Da qui, Kealy richiese via radio un attacco aereo immediato. Nello stesso momento Labalaba venne colpito a morte, mentre i guerriglieri si facevano sempre più vicini. Anche Tobin venne colpito (al viso, NDR) e la postazione ed il forte vennero fatti segno del fuoco dei lancia razzi nemici. Continuando a fare fuoco con estrema freddezza, Savesaki e Kely riuscirono ad abbattere diversi nemici, finché una bomba a mano non venne lanciata all’ interno del bunker. La granata, miracolosamente, non esplose, ma adesso Kealy ed i suoi uomini avevano bisogno di un nuovo miracolo per salvare la pelle. Lo ottennero.” Dal nulla fecero la loro comparsa due caccia Strikemaster dell’ aviazione del Sultanato, i quali iniziarono a cannoneggiare i ribelli, che furono costretti a ripiegare in uno wadi (depressione del terreno costituita dal letto di un fiume prosciugato) al di fuori della recinzione del forte. Gli Strikemaster, sorvolarono la posizione, per sganciarvi una bomba da 1.100 chilogrammi, la quale annientò i guerriglieri. Kealy (costretto a ripararsi, a causa delle ristrette dimensioni della postazione, nella piccola polveriera adiacente il bunker e protetta solo da qualche sacchetto di sabbia) ordinò via radio ad Harris di colpire i guerriglieri all’ interno del perimetro, ma costoro erano talmente vicini che il militare, non potendo effettuare alcun aggiustamento con il meccanismo del mortaio, fu costretto ad avvicinarlo al proprio petto e tenerlo bloccato con le gambe, al fine di ottenere l’ alzo necessario a colpire bersagli talmente vicini.



Alla base di Um Al Quarif intanto, ventiquattro membri del G Squadron al Comando del Maggiore Alastair Morrison (che cinque anni dopo sarà affiancato al G.S.G.9 tedesco nell’ operazione “MAGIC FIRE”) -1 Erano armati di fucili d’ assalto, otto mitragliatrici di squadra e diversi lanciarazzi. Giunti in teatro, vennero sbarcati sulla spiaggia a sud di Mirbat, dove si scontrarono immediatamente con la retroguardia delle forze ribelli, costituita da tre ragazzi da un miliziano più anziano. I tre uomini si rifugiarono in una piccola caverna, rifiutando la resa. Gli operatori del G Squadron spararono quindi diversi razzi Law da 66mm contro l’ entrata, per poi bersagliarla con il fuoco di diverse mitragliatrici GPMG ed abbattere i ribelli. Successivamente gli operatori posero in sicurezza l’ area circostante il forte della gendarmeria. Con il combattimento oramai sul punto di terminare, il Capitano Kealy fu in grado di esaminare il bunker adiacente. Tobin ed il mitragliere erano feriti ma ancora vivi. I due militari furono immediatamente evacuati dagli elicotteri, ma il Soldato Tobin spirò poco dopo a seguito delle gravi ferite riportate. Sakavesi, seppur seriamente ferito, insistette per raggiungere l’ elicottero sulle sue gambe. Tre prigionieri (catturati e trattenuti all’ interno della Batthouse) furono esfiltrati per il successivo interrogatorio. Il Maggiore Alastair Morrison riorganizzò le difese di Mirbat, raccogliendo (con l’ aiuto di due Land Rover) i ribelli feriti e morti. La battaglia aveva avuto termine alle 12:30 circa. Dopo quasi sette ore di cruenti combattimenti, lo S.A.S. aveva perso due uomini (il Caporale Labalaba ed il Soldato Tobin), mentre altri due erano rimasti gravemente feriti, ma il danno inflitto ai ribelli fu ben più grande. Il nemico aveva subito trentotto perdite accertate ed un grave colpo venne inflitto alla credibilità del movimento di resistenza, incapace di sopraffare un nemico inizialmente inferiore per numero. L’ eroica resistenza di Mirbat, aveva affossato definitivamente l’ immagine della guerriglia, al punto che la battaglia costituì l’ ultima grande operazione ai danni delle truppe britanniche e del Sultanato dell’ Oman. Il Capitano Kealy ottenne la Distinguished Service Order Medal; Toby e Bradshaw la Military Medal; il Caporale Labalaba (veterano del Borneo e di Aden), nonostante il profondo spirito di abnegazione mostrato nel corso della battaglia, ottenne solamente una citazione nei dispacci, divenendo invece un vero e proprio eroe nazionale alle isole Fiji, sua terra d’ origine.

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